L’Italia controversa: per sviluppare turismo si parte dalla chiusura degli IAT

La crisi del turismo mondiale del 2009 ha avuto ripercussioni differenti nei vari Paesi europei. I viaggi per vacanza degli italiani sono diminuiti del 17% rispetto al 2010 ma l’ammanco di presenze complessive in Italia è stato minore che altrove anche grazie agli stranieri che hanno colmato il vuoto dei turisti interni. Purtroppo (o fortunatamente) più dell’82% delle vacanze effettuate dagli italiani nel 2011 si sono svolte entro i confini nazionali (ONT, 2012).

Si è rilevato che il 53% degli Europei ha prenotato le  vacanze via internet e ben il 49% dei cittadini che hanno viaggiato nel 2011 hanno organizzato i vari elementi del viaggio separatamente piuttosto che nella forma di un unico pacchetto, anche se essi si affidando ancora spesso a consigli di familiari e conoscenti su dove andare. Difatti il passaparola è stato determinante per la scelta della località da raggiungere per il 52% dei viaggiatori europei; il 40% si è affiadato invece a siti internet (Eurobarometer, 2012).

L’esplosione del web, dei social media e di tutti gli strumenti 2.0, sempre più utilizzati dai turisti ma sempre più ignorati dagli operatori, sta causato una graduale perdita del valore dei rapporti umani che per l’Italia è stato da sempre un punto di forza dell’accoglienza. Specie quando si tenta da un lato di fare una fredda promozione online senza preoccuparsi del fatto che il nostro pubblico al pc, tablet o smartphone è composto da persone che solo per convenzione dovremmo chiamare utenti; dall’altro si taglia eliminando gli IAT: biglietto da visita e punto di riferimento funzionale per una destinazione turistica.

L’ultimo caso è quello di Padova, tra l’altro, con una DMO che quasi snobba il problema: «Non credo che il Dmo possa e debba farsi carico anche dei 27 dipendenti degli attuali IAT […] Le mission prioritarie della Dmo sono diverse e riguardano anche il settore turistico, ma altri segmenti di mercati».

Economicamente parlando, mi rendo conto che mantenere un’organizzazione che si occupi del management di una destinazione dalla pianificazione alla promozione è un costo che pesa parecchio nei bilanci delle casse ai vari livelli amministrativi. Anche se nei piccoli comuni questo è svolto (bene o male) da associazioni territoriali, è pur sempre un costo.

Il Ministro Gnudi, però, ci ha aperto gli occhi: investire in formazione a tutti i livelli professionali dagli istituti tecnici e professionali, alle università, dai master dedicati al settore turistico, alla riqualificazione del personale già presente nel settore.

È proprio su quest’ultima frase che intendo soffermarmi e lo faccio in modo diretto e con una domanda: anziché tagliare personale e IAT dediti all’accoglienza dei turisti perché non li formiamo e li convertiamo alla cultura digitale? Quest’intervento non produrrebbe nel lungo periodo un sensibile risparmio di esperti specializzati unicamente in promozione 2.0 e un taglio ai costi di promozione offline? Uno IAT 2.0 non va forse a migliorare il livello qualitativo dell’accoglienza turistica? Come? Seguendo, informando e accompagnando il turista dall’online all’offline, ovvero da quando sta scegliendo dove trascorrere le proprie vacanze, al momento in cui arriva fisicamente a chiedere informazioni nel punto IAT della destinazione scelta. Tutto ciò, se sviluppato e accuratamente realizzato, quali effetti produrrà sui tassi di conversione, sugli arrivi e sulle presenze di una destinazione? Complessivamente, il ritorno economico a quanto potrebbe ammontare? Lo so, ho fatto più di una domanda. Perdonatemi.

Se posso, vi consiglio di leggere questo e di intervenire in questo blog con un tuo commento!

Pasquale Stroia


2 commenti

  1. Beatrice De Luca · · Rispondi

    Caro Pasquale, innanzitutto ti faccio i complimenti per l’articolo che hai scritto e ti premetto che non sono affatto informata riguardo ciò che scrivi. La situazione che tu descrivi rappresenta un fenomeno che in tanti altri settori economici italiani si ripete. Il problema è proprio il “lungo periodo”: non si fanno investimenti nell’ottica di un ritorno economico e di prestigio nel lungo periodo. Il risparmio deve essere immediato, il guadagno pure. Come mai accade questo? Perchè chi attua le decisioni non considera l’Italia come un Paese intero, come (forse esagero nel dirlo) un “figlio da crescere” , ma bensì come un bacino a cui attingere. Ora mi chiedo, dopo essermi indignata per i fatti che ho appena letto, visto che non ho alcuna voglia di pensare a quello che non và, cosa possiamo fare noi singole formichine nel formicaio? Praticamente, come agire?
    Un caro saluto, e alla prossima settimana, Bea.

    1. Bea, intanto mi scuso per aver tardato nella risposta.
      Quante domande!! Dunque, ad alcune non posso rispondere perché dovresti rivolgerle a “chi attua le decisioni”; noi invece possiamo agire nel momento in cui saremo “chi attua le decisioni” con onestà, razionalità, capacità, determinazione (e mi fermo qui). Come? con criteri di efficacia ed efficienza nelle scelte; criteri che dovrebbero essere alla base di ogni azione di governance, management o amministrativa in generale.

      Grazie per aver commentato!

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