La cultura nei fondi strutturali 2014-2020

Con qualche giorno di ritardo (perdonatemi) condivido qualche spunto di riflessione pescato durante il seminario sui Fondi strutturali previsti per la prossima programmazione europea 2014-2020.

La cultura nei fondi strutturali 2014-2020

In apertura, Antonia Pasqua Recchia, Segretario Generale del Ministero per i Beni Culturali – MiBAC, introduce gli aspetti teorici sui quali è basata la nuova programmazione 2014-2020:

Lo sviluppo territoriale – dice – è da intendersi in tre accezioni individuate come fondamentali per la crescita economica:

1)      intelligente perché basata sull’economia e sull’innovazione;
2)      Sostenibile;
3)      Inclusivo perché con alto tasso di occupazione e inclusione sociale.

Altro tassello fondamentale è la cooperazione interistituzionale unita alla capacità di progettazione e di programmazione per l’istituzione di un parco progetti che valuti gli interventi in base alla capacità di sviluppo che questi hanno.

Innovazione e ricerca sono componenti fondamentali degli undici obiettivi in cui si declina il piano di investimento del fondo di coesione europea. In Europa c’è un fabbisogno di ricerca e soluzioni innovative da applicare. Uno dei gap da colmare, inoltre, è il fabbisogno di nuovi modelli gestionali dei siti culturali che prevedano nuove soluzioni tecnologiche.

Andreas Linnet Jessen del Center for Cultural & Experience Economy, introduce all’Economia dell’esperienza invitando a creare significato e valore rispetto a quanto si produce. La produzione culturale e le capacità creative sono una delle chiavi della nostra competitività. L’innovazione si crea mettendo insieme a lavorare competenze provenienti da diversi ambiti.
[Risorse interessanti: e-book; www.cko.dk; howtogrow.eu/ecia; kreanord.org]

L’intervento per me più significativo e coinvolgente è stato certamente quello del Prof. Pierluigi Sacco, professore ordinario di Economia della cultura allo IULM, che riporto quasi integralmente:

L’Europa – dice – non ha elementi di reale connessione con quanto accade fuori dai confini europei: la Cina, ad esempio, investe in cultura più del PIL italiano! Abbiamo un’Europa suddivisa in due parti: il Nord competitivo e il Sud ancorato al proprio patrimonio da valorizzare. In Europa i pubblici della cultura vanno allargati. Nel mondo oggi tutti producono cultura e non vi è più una “audience” passiva. Il problema è quindi costruire un sistema attivo e fatto di coinvolgimento attivo che metta insieme innovazione, produttori culturali e società in maniera trasversale. Siamo abituati a considerare la cultura come un settore a se stante, ma se vogliamo davvero ragionare su delle politiche culturali innovative, dobbiamo pensare alla cultura come una piattaforma che mette in comunicazione vari settori tra di loro. Quindi, la vera sfida della prossima programmazione 2014-2020 è proprio il fatto di ripensare strategicamente il ruolo della cultura utilizzando in maniera intelligente i secoli di storia che abbiamo alle spalle, a differenza dei Paesi come la Cina e la Corea che stanno indubbiamente sfondando nei mercati culturali perché hanno cominciato ad investire vent’anni fa.

In Italia si è sempre ragionato su un limite di concezione del ruolo economico e sociale della cultura basato esclusivamente sulla valorizzazione. L’Italia, nonostante tutto, è già uno dei Paesi europei con il maggior numero di impiegati nel settore. Tra le prime tre Regioni europee nella classifica per numero di occupati nei settori creativi c’è una Regione italiana: la Lombardia. La cosa interessante è che nessuna Regione italiana, Lombardia inclusa, ha un piano strategico per l’industria culturale; in altre parole è un fenomeno che avviene in modo diffuso e spontaneo con il risultato che l’Italia si concentra esclusivamente su quel pezzo della filiera culturale che ha bisogno di finanziamento pubblico (patrimonio storico-artistico, beni culturali, arti visive, ecc.). Il punto è che nelle filiere che funzionano, a questa parte qui segue una visione strategica sull’industria culturale che in Italia manca per cui fondamentalmente la valorizzazione è una specie di moncherino fittizio che noi mettiamo al posto dell’industria culturale che noi non abbiamo ancora strategicamente organizzato. Questo comporta che quando andiamo a ragionare sui fondi strutturali si richiedono dei limiti strategici importanti: dalla valutazione di impiego dei fondi del ciclo 2007-2013 è emerso che non c’è nessuna Regione italiana nella quale in un Programma Operativo Regionale (POR) esista una linea di finanziamento interamente dedicata allo sviluppo su base culturale. Nel migliore dei casi si parla di cultura-turismo, cultura e ambiente. In altre parole: una arretratezza di visione piuttosto importante.

Il Progetto Siena 2019 Capitale europea della cultura.

Il progetto Capitale europea della cultura ha il merito di movimentare il laboratorio di sperimentazione più avanzato per progettare la cultura a lungo termine. Questi progetti hanno il pregio, infatti, di far risorgere comunità locali ragionando su quanto accade da qui a dieci anni. Quando questa opportunità è colta bene cambia la faccia di un territorio, di una Regione.

La caratteristica che ha accomunato finora le Capitali della cultura è che si tratta di città post-industriali, città nelle quali lo sviluppo culturale si fa partendo dalla trasformazione industriale. All’interno di questo tipo di prospettiva mancano, quindi, le città di patrimonio. Noi europei possiamo, dunque, lavorare sul patrimonio in modo nuovo e non a caso il tema di Siena 2019 è il rapporto tra patrimonio e innovazione sociale: dobbiamo dimostrare quanto il patrimonio sia una base formidabile di innovazione sociale. In particolare si dovrà lavorare su tre grandi aree dell’innovazione sociale: 1) il rapporto tra cultura, salute e qualità della vita; 2) il rapporto tra cultura e buon governo (questione sociale, marginalità, disabilità, differenze); 3) il rapporto tra cultura e senso dell’uomo che ha a che fare con il turismo, con il rapporto tra turisti e residenti e con l’impatto che le nuove tecnologie avranno nel 2019.
Fino ad oggi, le città di patrimonio sono state “parchi a tema” nelle quali vi è una movimentazione aggressiva di turismo massificato e superficiale.
Bisogna lavorare allora su innovazione, sostenibilità sociale ed economica in grado di reinterpretare il ruolo della cultura. In questo senso la Toscana può diventare una piattaforma di innovazione sociale.

Il messaggio è considerare Siena non semplicemente come un progetto locale e individuale, bensì come un’opportunità imperdibile per l’intero sistema Toscana per sviluppare un laboratorio di innovazione che ci proietti nel futuro anche in virtù del fatto che la prossima Capitale della cultura in Italia ci sarà nel 2033. Un’occasione, insomma, da non lasciarsi sfuggire.

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